Per anni abbiamo raccontato i flussi migratori come un problema da gestire. Numeri da contenere, emergenze da affrontare, equilibri da mantenere. È una narrazione che conosciamo bene, perché è quella che domina il dibattito pubblico. Ma cosa succede se proviamo a cambiare angolazione? Se, invece di guardare solo alla pressione che questi movimenti generano, iniziamo a osservare ciò che possono abilitare?

È da qui che nasce un cambio di prospettiva che oggi non è più solo culturale, ma profondamente economico e industriale. Perché mentre il mondo accelera sulla transizione energetica, emerge con sempre maggiore evidenza un nodo politico e critico: la mancanza di competenze. Non mancano le tecnologie, né le risorse finanziarie. Mancano, sempre più, le persone in grado di progettare, costruire e gestire questo cambiamento. La transizione energetica, infatti, è una trasformazione del lavoro: richiede nuove professionalità, nuovi saperi e capacità di adattamento. E richiede tempi rapidi, perché gli obiettivi climatici non si spostano.

In questo scenario, due dinamiche globali – spesso trattate separatamente – iniziano a sfiorarsi: da un lato, la crescente domanda di competenze nei settori legati all'energia e alla sostenibilità; dall'altro, i flussi migratori che attraversano continenti e sistemi economici. Due traiettorie che raramente vengono lette insieme, ma che potrebbero invece incontrarsi.

È proprio in questo spazio che si inserisce il lavoro della Fondazione MAIRE – ETS, con l'obiettivo di spostare il dibattito: non più migrazione come criticità da gestire, ma come possibile leva per affrontare una delle sfide più urgenti del nostro tempo. Allora la domanda cambia radicalmente: quale ruolo possono avere nel costruire il futuro? I flussi migratori possono cioè diventare parte della risposta alla carenza di competenze nella transizione energetica?

Il bando

Per dare una risposta concreta, la Fondazione MAIRE – ETS ha lanciato, nel giugno 2024, un bando per finanziare studi socio-economici dedicati proprio a questa analisi: un lavoro strutturato, capace di mettere insieme dati, esperienze e modelli replicabili. Il risultato è un percorso di ricerca articolato in otto studi, affidati a cinque ricercatori e tre organizzazioni attive sul campo, con l'obiettivo di leggere il fenomeno da più angolazioni: economica, sociale, industriale.

Rispetto alla crescente domanda di lavoro generata dalla transizione energetica, secondo le stime europee il raggiungimento della neutralità climatica potrebbe creare milioni di nuovi posti nei prossimi decenni, mentre a livello globale la combinazione tra mitigazione e adattamento climatico è destinata ad attivare fino a 8 milioni di nuovi impieghi già entro il 2030. Eppure, questa domanda si scontra con un limite evidente: la carenza di profili adeguati. In Italia, il fabbisogno di lavoratori nei green jobs è già oggi stimato in oltre 800 mila unità.

Allo stesso tempo, i dati mostrano come i lavoratori stranieri siano già una componente significativa di questo mercato. Secondo alcune elaborazioni, rappresentano oltre un quarto degli occupati nei settori legati all'economia verde. Ma questa presenza è ancora fortemente sbilanciata: mentre i lavoratori italiani tendono a occupare ruoli più qualificati, i migranti sono spesso concentrati in mansioni meno specializzate. Un divario che non riflette necessariamente le competenze reali, ma piuttosto una serie di ostacoli strutturali: difficoltà nel riconoscimento dei titoli di studio, barriere linguistiche, mancanza di percorsi formativi mirati e di sistemi efficaci di matching tra domanda e offerta.

Le soluzioni

Su questo terreno le ricerche finanziate dalla Fondazione individuano il punto di intervento. La prima direzione operativa riguarda la formazione: non solo tecnica, ma integrata. Programmi che combinino competenze professionali, lingua, strumenti digitali e conoscenza del contesto lavorativo. La seconda riguarda i modelli di accompagnamento: mentorship, tutoraggio e percorsi di upskilling e reskilling in grado di ridurre il tempo tra l'arrivo e l'ingresso effettivo nel mondo del lavoro. La terza, più strutturale, riguarda lo sviluppo di corridoi lavorativi basati sui fabbisogni reali delle imprese, anche attraverso percorsi di pre-formazione nei Paesi di origine.

Accanto a queste direttrici generali, le ricerche evidenziano anche ambiti specifici in cui questa integrazione può svilupparsi più rapidamente. È il caso, ad esempio, dell'agrivoltaico, un settore emergente che unisce competenze agricole e tecnologiche, o dei distretti industriali in fase di riconversione green, dove la presenza di lavoratori stranieri è già significativa e può diventare un fattore di innovazione.

«Le esperienze analizzate – spiega Ilaria Catastini, direttore generale della Fondazione MAIRE - ETS – mostrano come, quando ben progettati, questi percorsi producano un doppio effetto: da un lato rispondono alle esigenze delle imprese, dall'altro generano inclusione sociale, riducendo tempi e frizioni nell'integrazione. In questo senso, il messaggio che emerge dalle ricerche è chiaro: la relazione tra flussi migratori e transizione energetica non è automatica, ma può diventarlo se viene costruita. È di fatto una leva strategica che richiede visione, progettazione e collaborazione tra attori diversi».

Il dialogo tra imprese e mondo accademico

Il lavoro di ricerca non si è fermato ai dati. Con il report Traiettorie, il progetto è entrato nel dibattito pubblico, aprendo uno spazio di confronto tra istituzioni, imprese e mondo accademico. Il primo momento di sintesi si è tenuto a Roma, a ottobre 2025, nella cornice della Camera di Commercio. Qui le evidenze emerse dagli studi sono state presentate e discusse insieme a rappresentanti istituzionali (tra cui il Ministro dell'Interno Matteo Piantedosi), organizzazioni internazionali quali UNHCR, IOM (International Organization for Migrants) e associazioni di categoria. Un confronto a più voci, che ha restituito la complessità del tema ma anche una direzione condivisa: quella di costruire percorsi concreti di integrazione tra fabbisogni delle imprese e competenze disponibili.

Al centro del dibattito, proprio il punto di vista delle aziende. A sottolinearlo è stato il presidente Fabrizio Di Amato, che ha riportato il tema su un piano operativo: «Il mondo delle imprese sta vivendo una stagione particolare di carenza di alcuni profili professionali, che non si trovano più. Il settore della transizione energetica ha bisogno, e ne avrà sempre di più, di persone formate: migranti e rifugiati possono rappresentare uno dei bacini di riferimento, specie se inseriti in programmi specifici di corridoi lavorativi. Le aziende devono investire in formazione mirata, in progetti di inclusione che coinvolgano i propri stakeholder, nell'ambito delle proprie strategie di sostenibilità e per fare questo hanno bisogno di essere accompagnate».

Accanto al confronto istituzionale, il progetto ha trovato un ulteriore sviluppo nel mondo accademico. A gennaio 2026, l'Università La Sapienza di Roma ha ospitato un seminario scientifico dedicato proprio a Traiettorie, dando voce ai ricercatori coinvolti negli studi (Cecilia Fortunato, Antonio Umberto Mosetti, Luigi Campaniello, Carla Ventre, Angelique Witjes, coordinati dal professor Andrea Billi) e alle tre associazioni (Talent Beyond Boundaries, NeXt, Nuova Economia per tutti e Fondazione AVSI - ETS). Qui, dati e analisi si sono intrecciati con prospettive disciplinari differenti – dalla demografia all'economia, dalle politiche migratorie all'organizzazione del lavoro – restituendo un quadro ancora più articolato. Senza un disegno chiaro, che unisca formazione, riconoscimento delle competenze e accompagnamento all'inserimento lavorativo, il rischio è che queste traiettorie restino parallele.

Serve dunque velocità, ma anche metodo. Servono percorsi strutturati, capaci di ridurre le barriere – linguistiche, culturali, burocratiche – e di accompagnare le persone lungo tutto il processo: dall'ingresso alla piena partecipazione nel mondo del lavoro. E serve soprattutto un cambio di sguardo, capace di superare letture semplificate e spesso polarizzate del fenomeno migratorio. In questo senso, il contributo della ricerca non è solo quello di aver messo ordine nei dati, ma di aver indicato una traiettoria possibile. Una traiettoria in cui flussi migratori e transizione energetica non si muovono più su binari separati, ma iniziano a intersecarsi, generando valore.

MAIRE ha preso spunto dalle ricerche della Fondazione per elaborare un progetto finalizzato a individuare, in primis tra i rifugiati, figure con competenze ingegneristiche e tecniche da inserire nel proprio organico, dopo una formazione specifica. L'analisi è in corso e prevede un lavoro articolato in più fasi, con l'obiettivo di sperimentare questo percorso e costruire un modello specifico di integrazione lavorativa e sociale.