
PER ANNI LE AZIENDE ATTRATTIVE ERANO QUELLE PIÙ VISIBILI, LEGGERE, DIGITALI. OGGI QUALCOSA STA CAMBIANDO. MARCELLO ASCANI, CREATOR E IMPRENDITORE, OSSERVA: "SEMPRE PIÙ GIOVANI CERCANO CONTESTI IN CUI IL PROPRIO CONTRIBUTO SIA RICONOSCIBILE, DOVE IL RISULTATO NON SIA SOLO RACCONTATO, MA VISSUTO».
Marcello AscaniCreator e imprenditoreCi sono aziende di cui si parla continuamente. E altre che, pur muovendo miliardi di euro, restano fuori dal radar del grande pubblico. Non perché siano meno importanti, ma perché sono più difficili da raccontare. Meno immediate, meno "spettacolari". Eppure, spesso, sono proprio queste a costruire l'infrastruttura reale del mondo in cui viviamo.
Con il suo format Marcello Ascani ha scelto di entrare all'interno delle principali aziende di successo in Italia e nel mondo. Inside Companies, disponibile su YouTube, negli ultimi anni ha trasformato la curiosità personale in un format capace di portare migliaia di persone dietro le quinte del lavoro e dell'impresa. Startup e storie digitali, ma anche fabbriche, cantieri, multinazionali, luoghi dove accadono cose che raramente diventano racconto.
Un percorso iniziato da giovanissimo, quasi per esplorare un territorio sconosciuto – quello del lavoro – e diventato nel tempo un percorso imprenditoriale. Oggi Ascani è co-founder di una media company nella creator economy e continua a muoversi tra contenuti e aziende, con un approccio diretto, accessibile, profondamente contemporaneo.
In questo contesto ha incontrato anche MAIRE: prima intervistando il presidente Fabrizio Di Amato, poi entrando nei cantieri e nei momenti chiave di racconto dell'azienda, fino al Capital Markets Day. Un'esperienza che gli ha permesso di osservare da vicino un settore che dall'esterno può sembrare tecnico, distante, persino poco "attraente", ma che nasconde una complessità – e un'energia – difficili da immaginare. Passione e orgoglio per ciò che si costruisce.
In un numero di EVOLVE dedicato a ENJOY OUR WAY – il modo in cui ognuno contribuisce a rendere il lavoro qualcosa che vale la pena vivere, non solo svolgere – il punto di vista di Ascani diventa una lente preziosa. Con lui siamo andati alla ricerca del cosiddetto "piacere del lavoro": cosa succede quando un creator entra nelle aziende per raccontarle senza filtri? E cosa cambia quando a guardarle è una generazione che cerca sempre meno l'immagine e sempre più il senso?
Marcello, nel tuo percorso da creator a imprenditore hai scelto di entrare fisicamente nelle aziende e raccontarle da dentro. Da dove nasce questa scelta?
È una cosa che nasce molto presto. Ho iniziato a fare YouTube quando avevo 15 anni, raccontando semplicemente la mia vita. Poi, finito il liceo, ho deciso di non andare all'università e di fare il creator a tempo pieno. In quel momento ho iniziato a raccontare anche temi più concreti, come la gestione delle finanze personali: quanto costa vivere da solo, quanti soldi servono, cosa farne. A un certo punto mi sono reso conto di una cosa: il mondo del lavoro è completamente sconosciuto a chi studia. Lo è per chi è alle superiori, ma spesso anche per chi è all'università. E quindi mi sono detto: perché non creare un format che mi permetta di entrare nelle aziende e capire davvero come funzionano?
All'inizio era pura curiosità. Volevo vedere cosa succede dentro contesti molto diversi tra loro: una banca, una startup, un'azienda manifatturiera. Perché la verità è che chi lavora in un settore spesso non ha idea di come funzionino gli altri. Poi, quando ho iniziato a fare impresa anch'io, questo format ha preso una seconda direzione. Non era più solo capire cosa significa lavorare, ma anche cosa significa costruire un'azienda: come cresce, quali dinamiche ci sono dietro, cosa distingue un'azienda che funziona da una che non funziona.
Oggi i miei contenuti hanno sempre questa doppia anima: da una parte il "dietro le quinte", dall'altra un aspetto più ispirazionale. Racconto aziende che possono essere dei casi studio, esempi concreti. Perché secondo me il punto non è solo vedere cosa succede, ma capire cosa si può imparare da quello che succede.
Quando hai iniziato a raccontare aziende e manager con un linguaggio diretto, vicino alle nuove generazioni, ti aspettavi un mondo più "polveroso"? O hai trovato qualcosa di diverso?
Mi aspettavo sicuramente più rigidità, soprattutto nel linguaggio. In parte c'è, perché dentro ogni azienda convivono sempre due anime: da un lato persone molto al passo con i tempi, dall'altro approcci più tradizionali. È abbastanza trasversale, succede ovunque. Quello che mi ha sorpreso, però, è il cambiamento che avviene nel momento in cui entri davvero in azienda. All'inizio può esserci un po' di diffidenza, è normale. Ma basta iniziare a girare, a fare domande, a parlare con le persone… e si trasforma subito in entusiasmo.
La cosa che noto sempre è che le persone hanno voglia di raccontare quello che fanno. Anche in lavori che dall'esterno sembrano poco "narrabili". Che si tratti di chi lavora in un grande gruppo industriale o in una piccola azienda manifatturiera, trovi quasi sempre qualcuno che è profondamente appassionato di quello che fa. E questo cambia tutto. Perché quando dai spazio a quella passione, il linguaggio smette di essere formale o distante e diventa molto più autentico.
Poi succede un'altra cosa interessante: quando il contenuto esce, non è solo comunicazione. Arrivano messaggi, candidature, persone che scoprono quell'azienda per la prima volta. È un processo graduale, ma reale. A quel punto le aziende capiscono che raccontarsi in modo diverso non è solo possibile, ma anche utile.
Entrando nei cantieri MAIRE e parlando con il Presidente, ti sei trovato davanti a un settore che dall'esterno può sembrare molto tecnico. Cosa ti ha colpito di più?
La cosa che mi ha colpito di più è stata la passione. E non me l'aspettavo in modo così evidente, soprattutto in contesti così tecnici. Quando entri in un'azienda como MAIRE, da fuori puoi pensare a numeri, processi, progetti enormi. Tutto vero. Ma quando inizi a parlare con le persone, cambia completamente la prospettiva. Ti trovi davanti professionisti che fanno questo lavoro da anni, che potrebbero tranquillamente stare in ruoli più comodi, magari più "da ufficio"… e invece scelgono ancora di stare sul campo.
Mi ricordo, per esempio, dei tecnici che lavorano da decenni nei cantieri e che continuano a farlo non per necessità, ma perché gli piace davvero. Per l'adrenalina, per la sfida, per la soddisfazione di vedere qualcosa che prende forma concretamente. Per loro non è solo lavoro, ma coinvolgimento. Questa cosa la vedi a tutti i livelli, sia nei senior che nei più giovani: è un'energia che non ti aspetti, perché associ questi settori a qualcosa di distante, magari anche un po' freddo. Invece c'è molto orgoglio, molta identità.
L'altra cosa che mi ha sorpreso è la velocità. Pensi a un "elefante", una struttura molto pesante. Invece ho visto un'organizzazione abbastanza snella, capace di prendere decisioni e muoversi rapidamente. Lo giudico un mix interessante: da una parte la complessità dei progetti, dall'altra una certa agilità nel modo di lavorare. È un mondo che sembra tecnico, ma in realtà è profondamente umano.

SEMPRE PIÙ RAGAZZI INIZIANO A METTERE IN DISCUSSIONE QUELLI CHE VENGONO PERCEPITI COME LAVORI "DI SUCCESSO", MA CHE POI NELLA PRATICA RISULTANO VUOTI. NEL GERGO SI PARLA ANCHE DI BULLSHIT JOBS.
Marcello AscaniCreator e imprenditoreHai partecipato anche al Capital Markets Day, un momento in cui un'azienda si racconta agli analisti e agli investitori. Da storyteller, cosa ti ha colpito di più nel "dietro le quinte" di un Gruppo globale?
Anche qui, come dicevo, lo scarto tra quello che si vede da fuori e quello che c'è davvero dietro. Da fuori arrivano i numeri: fatturato, EBITDA, crescita. Numeri importanti, che raccontano una traiettoria. Però quando entri nel "dietro le quinte", capisci quanto lavoro c'è per renderli possibili. Parliamo di progetti enormi, che durano anni e che coinvolgono migliaia di persone. E ogni progetto si porta dietro una complessità incredibile, anche solo a livello operativo. È incredibile la quantità di documentazione e processi da gestire: milioni di dati, variabili che cambiano continuamente, decisioni da prendere in contesti molto diversi tra loro.
Qui entra in gioco la tecnologia in un modo molto diverso da come la si racconta di solito. Non è l'AI "da social", quella che serve per fare contenuti o post. È uno strumento concreto, che serve per automatizzare processi, ridurre errori, fare previsioni. Soprattutto in progetti dove basta una variazione nei costi delle materie prime per cambiare completamente l'equilibrio economico.
Un'altra cosa che mi ha colpito è il fatto che questi business, che qualcuno definirebbe "noiosi", in realtà sono fondamentali. Mentre si parla tanto di innovazione digitale, c'è tutto un mondo che costruisce infrastrutture, energia, impianti. Senza quel mondo, tutto il resto non esiste. È istruttivo conoscere aziende che lavorano in silenzio, ma con un impatto enorme: quando inizi a capirlo, cambia anche il modo in cui le guardi.
Se dovessi parlare a un ragazzo di vent'anni, oggi, del lavoro e delle scelte da fare, che tipo di cambiamento stai osservando?
Secondo me c'è un cambio di paradigma abbastanza evidente. Sempre più ragazzi iniziano a mettere in discussione quelli che vengono percepiti come lavori "di successo", ma che poi nella pratica risultano vuoti. Nel gergo si parla anche di bullshit jobs: ruoli molto strutturati, spesso nelle grandi corporate o nella consulenza, dove lavori tanto ma fai fatica a vedere l'impatto reale di quello che fai. Tipo i project manager che se ne stanno di fronte a uno schermo dalla mattina alla sera...
Ora vedo una specie di movimento contrario. Una ricerca di qualcosa di più concreto e tangibile. L'idea di poter dire: «Questa cosa l'ho fatta io, esiste davvero». Non solo lavorare su presentazioni o processi, ma vedere un risultato che puoi toccare. Questo si lega anche a un altro aspetto: le hard skill tornano a essere centrali. Oltre a sapersi muovere bene nei contesti – comunicare, gestire relazioni – sempre più persone vogliono avere una competenza forte e riconoscibile, che crea valore.
Poi c'è un tema molto pratico, che spesso si sottovaluta: le opportunità reali. Ci sono ragazzi che finiscono in grandi città, magari in consulenza, con stipendi che sulla carta sembrano buoni ma che poi si dissolvono nel costo della vita. E invece magari esistono realtà meno "visibili", anche in provincia o in settori più tecnici, dove puoi crescere di più, guadagnare meglio e avere un impatto maggiore. È anche un tema di prospettiva: i più giovani oggi cercano contesti in cui possano fare la differenza, dove se lavori bene si vede e hai spazio per crescere davvero.
In questo scenario, perché oggi un giovane dovrebbe guardare con interesse a realtà come MAIRE, che operano in settori come energia, chimica e infrastrutture?
Perché sono contesti in cui quello che fai ha un impatto reale: lavori su progetti che esistono, che restano, che fanno parte della vita quotidiana delle persone. Sono aziende dove, se sei disposto a metterti in gioco, puoi accelerare molto. Viaggiare, lavorare su progetti complessi, confrontarti con contesti diversi: sono esperienze che ti fanno crescere velocemente. In questi settori, si sei preparato e porti valore, si vede. Non sei uno tra tanti dentro un sistema chiuso, ma puoi fare la differenza. Conoscendo meglio MAIRE – infrastrutture energetiche e chimica sostenibile – si capisce che qui c'è domanda, oggi e ancora di più in futuro… Sono tutte aree centrali per lo sviluppo dei prossimi anni. Questo significa opportunità, stabilità, ma anche possibilità di costruire qualcosa di solido nel tempo.
MAIRE, IL FUTURO PRENDE FORMA