
RENATA CRISTINA MAZZANTINI, DIRETTRICE DELLA GNAMC, RACCONTA COME ARTE, BELLEZZA E PENSIERO CRITICO POSSANO TRASFORMARE LE ORGANIZZAZIONI, RENDENDOLE PIÙ CONSAPEVOLI, COLLABORATIVE E CAPACI DI EVOLVERE: "CREATIVITÀ E VISIONE UMANISTICA STANNO DIVENTANDO INFRASTRUTTURE STRATEGICHE PER IL LAVORO CONTEMPORANEO».
Entrare alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma oggi significa entrare in uno spazio in cui la cultura si intreccia con la società, con l'impresa, con il modo stesso in cui le persone lavorano e collaborano. A guidare questa trasformazione è Cristina Mazzantini, architetto e manager culturale con un percorso che unisce esperienza istituzionale e visione contemporanea del museo come piattaforma aperta. Dopo incarichi in contesti pubblici complessi – tra cui la Camera dei Deputati e il Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica – oggi porta avanti un'idea chiara: la cultura non è un elemento accessorio, ma una leva concreta di sviluppo umano, sociale e organizzativo.
La Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, sotto la sua direzione, sta evolvendo in un vero e proprio hub di connessioni: tra artisti e aziende, tra istituzioni e territori, tra formazione e innovazione. Un luogo in cui la creatività si attiva, si sperimenta, si condivide. È in questo contesto che si inserisce anche il dialogo con MAIRE, un Gruppo che ha scelto di investire nella cultura come parte integrante del proprio ecosistema nell'ottica della relazione: un confronto tra mondi diversi che si riconoscono in un punto comune, quello della creatività come motore di trasformazione.
Nel numero attuale di EVOLVE, dedicato a ENJOY OUR WAY, il tema non è solo raggiungere obiettivi, ma dare valore al percorso anche grazie a uno sguardo diverso: più attento al processo, alla qualità dell'esperienza, al significato del fare. Con l'architetto Mazzantini abbiamo provato a capire cosa succede quando arte e impresa si incontrano davvero. E perché, oggi più che mai, la cultura può diventare uno degli strumenti più concreti per ripensare il lavoro.
Lei guida una delle principali istituzioni culturali italiane, ma ha anche lavorato in contesti istituzionali complessi. Secondo lei, la cultura può migliorare concretamente la qualità del lavoro all'interno di un'organizzazione? In che modo l'esposizione alla bellezza, al pensiero critico e alla creatività incide sul modo in cui le persone collaborano e prendono decisioni?
La cultura ha un impatto molto più concreto di quanto si pensi, e oggi non è più solo una percezione, ma qualcosa che trova riscontro anche negli studi più recenti delle neuroscienze e della psicologia. La bellezza, la creatività, l'esposizione a forme di pensiero non lineare attivano nelle persone processi che hanno a che fare con il benessere, ma anche con la capacità di adattamento, di ascolto e di visione.
Noi lo vediamo quotidianamente nel lavoro del museo. Quando le persone entrano in contatto con l'arte, si crea uno spazio diverso: meno funzionale, meno orientato all'urgenza, e proprio per questo più fertile. È uno spazio in cui si abbassano le difese, si ampliano le prospettive e diventa più naturale mettere in discussione schemi consolidati. E questo, se lo portiamo dentro un'organizzazione, ha un valore enorme.
Abbiamo attivato, ad esempio, collaborazioni con il sistema sanitario proprio perché è emerso con chiarezza come l'esperienza culturale possa contribuire al benessere complessivo delle persone. Ma l'aspetto più interessante è che questo effetto non riguarda solo contesti fragili: riguarda tutti. Riguarda anche chi lavora in azienda, chi prende decisioni ogni giorno, chi gestisce team complessi.
Mi ha colpito molto, per esempio, partecipare personalmente a delle visite con persone senza dimora. In quei momenti succede qualcosa di molto potente: persone che normalmente fanno fatica a esprimersi trovano, attraverso l'arte, un linguaggio, una forma di relazione. Questo ci dice che la cultura ha la capacità di attivare risorse profonde, spesso latenti.
Se riportiamo questo nelle aziende, significa creare ambienti in cui le persone non sono solo più "produttive", ma più consapevoli, più aperte, più capaci di collaborare davvero. E oggi, in contesti complessi e in continua trasformazione, questa è forse una delle competenze più importanti. In questo senso, la cultura non è un elemento accessorio: è uno strumento che può incidere sulla qualità delle decisioni, sulla capacità di lavorare insieme e, in definitiva, sulla qualità stessa del lavoro.
Grazie alla recente donazione della Cy Twombly Foundation (celebrata da un volume edito da Electa con il sostegno di MAIRE), la GNAMC si sta trasformando anche in un centro di formazione e sperimentazione specializzato nel restauro delle opere d'arte contemporanea su carta – e la sua collezione comprende circa 7000 opere di questo genere. Se guardiamo alle aziende, la cultura può essere considerata una vera infrastruttura strategica – al pari della tecnologia o della formazione tecnica – oppure resta ancora troppo spesso percepita come qualcosa di accessorio?
Credo che oggi siamo in una fase di passaggio molto interessante, in cui sta emergendo con maggiore chiarezza il valore strategico della cultura, sebbene in alcuni contesti non sia ancora pienamente riconosciuto. Non a caso si parla sempre più spesso di "capitalismo culturale". Quello che vedo, infatti, è una crescente consapevolezza e soprattutto una contaminazione reciproca molto virtuosa tra mondi che fino a qualche anno fa erano più distanti. Il museo, per esempio, non è più soltanto un luogo di conservazione o esposizione, ma è diventato uno spazio attivo nello sviluppo della società civile. E la società civile, inevitabilmente, comprende anche il mondo delle imprese.
Le aziende oggi sono luoghi centrali della vita delle persone: è lì che si costruiscono relazioni, si sviluppano competenze, si definiscono visioni. Ed è proprio per questo che negli ultimi anni è emersa con forza la dimensione della cultura aziendale, che è diventata un elemento imprescindibile. Non si tratta più solo di organizzare il lavoro, ma di dare senso a ciò che si fa.
In questo scenario, la cultura in senso più ampio – quella artistica, creativa, umanistica – può giocare un ruolo fondamentale come una vera infrastruttura immateriale che aiuta a sviluppare pensiero critico, capacità di innovazione, apertura al cambiamento. Allo stesso tempo, anche le istituzioni culturali hanno dovuto fare un passo in avanti: uscire da una dimensione più chiusa, a volte percepita come elitaria, e imparare a dialogare con nuovi linguaggi, altri mondi ed esigenze diverse.
È proprio in questo incontro che nasce il valore più interessante. Quando cultura e impresa smettono di guardarsi da lontano e iniziano a collaborare davvero, si crea uno spazio nuovo: più concreto, dinamico e capace di generare impatto. Credo che la cultura non sia più – o non debba più essere – considerata un "optional". È una componente strategica, anche se immateriale, che può incidere profondamente sulla capacità di un'organizzazione di evolvere e di affrontare la complessità del presente.

IL MUSEO NON È PIÙ SOLTANTO UN LUOGO DI CONSERVAZIONE O ESPOSIZIONE, MA È DIVENTATO UNO SPAZIO ATTIVO NELLO SVILUPPO DELLA SOCIETÀ CIVILE.
Renata Cristina MazzantiniDirettrice GNAMC, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e ContemporaneaMolti suoi progetti mettono al centro il museo come spazio di comunità e coinvolgimento. Nelle aziende, oggi, si parla molto di purpose e identità. Quanto è importante costruire una cultura interna forte, capace di generare senso di appartenenza? E quali rischi corre un'organizzazione che trascura questo aspetto?
Io credo che oggi questo sia un tema centrale, non solo per le istituzioni culturali ma per qualsiasi organizzazione. Costruire una cultura interna significa, prima di tutto, costruire un linguaggio condiviso, un modo comune di interpretare ciò che si fa e perché lo si fa. E questo è ciò che genera davvero senso di appartenenza. Nel nostro lavoro, per esempio, è fondamentale riuscire a parlare a pubblici diversi, creare connessioni, rendere la cultura accessibile senza banalizzarla. Un processo che richiede precise professionalità e che ha anche una forte dimensione pedagogica: avvicinare, includere, rendere le persone partecipi. Quando questo accade, si crea una comunità.
Nelle aziende succede qualcosa di molto simile. Il purpose non può essere solo una dichiarazione formale: deve tradursi in esperienze concrete, comportamenti e relazioni quotidiane. Quando le persone percepiscono coerenza tra ciò che un'organizzazione dice e ciò che fa, allora si crea fiducia. E la fiducia è la base di qualsiasi sistema che voglia funzionare davvero.
Al contrario, quando questa dimensione manca, il rischio è quello di avere organizzazioni tecnicamente efficienti ma fragili dal punto di vista umano. Si lavora, si producono risultati, ma manca un senso profondo di appartenenza, una direzione e un'identità condivisa. E questo, nel medio-lungo periodo, si traduce in disaffezione: pensiamo alle difficoltà nel trattenere talenti o alla minore capacità di affrontare i cambiamenti.
In questo senso noi lavoriamo molto con università, scuole e aziende: perché è lì che si costruisce il futuro, non solo in termini di competenze ma anche di valori e visione identitaria. La cultura è uno strumento potente perché aiuta le persone a riconoscersi in qualcosa di più ampio del proprio ruolo. E quando questo accade, cambia il modo in cui si lavora, ma anche il modo in cui si sta dentro un'organizzazione.
Con iniziative come Connessioni Urbane, l'arte diventa strumento di rigenerazione dello spazio pubblico e delle relazioni sociali. Possiamo immaginare che la cultura abbia un ruolo analogo anche nei contesti aziendali? Può contribuire a "rigenerare" ambienti di lavoro, dinamiche interne e clima organizzativo?
Assolutamente sì, ed è una direzione che stiamo già esplorando in modo concreto. Progetti come Connessioni Urbane nascono proprio dall'idea che il museo non debba essere un luogo separato dalla quotidianità, ma un hub capace di intercettare bisogni reali e di attivare relazioni tra mondi diversi.
Quando lavoriamo su questi progetti, quello che accade è molto interessante: le aziende portano esigenze molto precise – spesso legate alla creatività, all'innovazione, al coinvolgimento delle persone – e il museo diventa uno spazio di connessione, in cui entrano artisti, studenti, accademie, professionisti. Si crea un ecosistema in cui ognuno contribuisce con il proprio linguaggio e questo ha un impatto diretto anche sugli ambienti di lavoro. L'arte introduce uno sguardo diverso perché rompe abitudini e apre possibilità. Non si tratta semplicemente di "abbellire" uno spazio, ma di trasformarlo in un luogo più vivo, più stimolante, più capace di generare relazione.
Abbiamo visto, ad esempio, come esperienze di arte partecipata in contesti complessi come il centro sociale Barrio's a Milano possano produrre risultati molto forti, sia sul piano umano che su quello simbolico. Quando le persone vengono coinvolte in un processo creativo, cambia il modo in cui vivono quello spazio: non è più solo un luogo da attraversare, ma qualcosa a cui sentono di appartenere.
Rigenerare un ambiente di lavoro è un passaggio chiave anche per le aziende: non è soltanto un tema di intervento sull'organizzazione o sui processi, ma anche sul modo in cui le persone si relazionano tra loro e con lo spazio che abitano ogni giorno. Credo quindi che la cultura possa avere un ruolo molto importante perché introduce una dimensione esperienziale ed emotiva, che spesso manca nei contesti più strutturati. E oggi, per costruire ambienti di lavoro realmente sostenibili e innovativi, questa dimensione non è più un lusso, ma una necessità.
Nel nostro numero parliamo di ENJOY OUR WAY: non solo raggiungere obiettivi, ma vivere bene il percorso. La cultura può insegnare alle aziende a dare più valore al processo, alla ricerca, all'esperienza condivisa, e non soltanto al risultato finale? In che modo l'arte può aiutarci a riscoprire il piacere del fare, anche nel lavoro?
Credo che questo sia un punto molto importante, soprattutto oggi, in un contesto in cui siamo spesso concentrati esclusivamente sul risultato, con un focus su performance e velocità. La cultura, e in particolare l'arte contemporanea – sempre più partecipata e socially engaged - ci ricordano che il valore non sta solo nel punto di arrivo, ma anche nel percorso che si compie per arrivarci. Se pensiamo al lavoro di molti artisti contemporanei, il processo è parte integrante dell'opera. La ricerca, il dubbio, il tempo necessario e le modalità adottate per sviluppare un'idea non sono elementi secondari, ma essenziali per la creatività contemporanea, così come la relazione con lo spettatore. Gli artisti lavorano sempre più spesso con il pubblico, talvolta con intere comunità, facendo emergere le idee attraverso processi olistici e condivisi e sviluppandole persino collettivamente. Lo dimostra, ad esempio, la pratica artistica partecipativa di Marinella Senatore, nominata dalla Gnamc Artista dell'anno 2026 anche grazie al sostegno di MAIRE, che è incentrata su attivismo e inclusione. E questa è una lezione molto interessante anche per il mondo delle imprese.
Noi italiani, in particolare, abbiamo una relazione molto profonda con la bellezza, spesso anche inconsapevole. Cresciamo immersi in un paesaggio culturale fatto di arte, architettura, storia, e questo influisce sul nostro modo di vedere e di fare le cose. C'è un'attenzione al dettaglio, alla qualità dell'esperienza, che va oltre la semplice funzionalità. Questa sensibilità, se viene riconosciuta e valorizzata, può diventare un elemento distintivo anche nel lavoro. Significa non limitarsi a "fare bene" qualcosa, ma interrogarsi su come lo si fa, su quale esperienza si crea e sul significato costruito nel tempo.
E questo cambia anche il rapporto con il lavoro stesso. Quando si riesce a dare valore al processo, non si vive più solo in funzione del risultato finale, ma si recupera quella dimensione piacevole di coinvolgimento e partecipazione. In questo senso, la cultura e soprattutto l'arte contemporanea possono offrire alle aziende uno sguardo diverso: meno orientato esclusivamente alla performance e più attento alla qualità del percorso. E forse è proprio qui che si trova un equilibrio più sostenibile, anche nel lungo periodo, tra risultati e benessere delle persone.
LA RIVINCITA DELLE AZIENDE CONCRETE